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VENEZIA 66 - IL REPORT UFFICIALE
Questo report riguarda mezza mostra, non tutta, visto che sono stato al Lido per motivi di lavoro, soltanto dal 2 al 6 settembre. La sessantaseiesima rappresenta, finalmente, un notevole passo avanti, per organizzazione e qualità dei film, rispetto alle precedenti, grazie anche alla crisi, perché a quanto pare ha lasciato a casa un discreto numero di accreditati. Aggiungendo una sala (scomoda) in più, si ottiene l’ottimo effetto di non trovare file per nessun film, così da goderseli meglio. A proposito dei film, notevole miglioramento per il concorso e per la sezione Orizzonti, mentre in lieve calo (non sempre si riescono a scoprire i talenti giusti) le sezioni collaterali. Nessun capolavoro, ma tanti buoni film, tante visioni da cui uscire pienamente soddisfatti. E soprattutto un ritorno al genere, con ben 4 film horror, di cui uno (gli zombi di Romero, non visto) in concorso. Il vero problema del cinema, in Italia, ormai è ufficiale, sono i critici. Non si sa se ci siano o ci facciano, fatto sta che tendono a osannare film brutti o inutili, e a sotterrare opere degne di attenzione. In aggiunta, se la produzione o il regista è amico, una buona parola non manca mai. Ormai la critica italiana serve allo spettatore per comportarsi in modo diametralmente opposto. La ristorazione è peggiorata, invece. E’ stata appaltata a una ditta che sventolava lo slogan “agroalimentare italiano”, che ha applicato prezzi disumani ed è stata giustamente punita con la diserzione. Molto meglio sfruttare gli aperitivi dei convegni. Per quanto riguarda i paesi in gara, rivincita araba con Tunisia ed Egitto, malino l’Italia, meglio gli Usa e l’estremo oriente, in gran forma si confermano le solite Spagna, Svezia e Gran Bretagna. Ancora una volta, male la Francia. Quest’anno ci sono state anche le mitiche Austria e Svizzera. Purtroppo. I FILM Venezia 66 – In Concorso THE ROAD (La strada – John Hillcoat - Usa - 110') In un futuro dov'è successa una catastrofe mondiale (eddaje), un padre e figlio (aridaje) si mettono in cammino alla ricerca di un ipotetico sud (ari-ridaje) dove pare ci sia salvezza. Per fare l'ein plein, il film ha qualche flashback familiare, assolutamente inutile se non per mostrare che la moglie è una gran sventola (Charlize Theron, e te credo), e per meglio mascherare la nullità di questo film. Il “cammino” di padre e figlio (il primo, un onesto Viggo Mortensen, il secondo un cinno odioso) viene inframezzato da situazioni tagliate con l'accetta, senza mai entrare realmente nei personaggi di contorno. La trama, tra l'altro, è fin troppo simile a Il tempo dei lupi di Haneke, che a differenza di questa roba, però, è un gran film. 4. LOURDES (Jessica Hausner – Austria - 90') La storia del pellegrinaggio a Lourdes di una disabile, non particolarmente credente, “ma è l'unica occasione per uscire”. Si tirano in mezzo miracoli, veri o presunti. Dopo una buona ora documentaristico-televisiva sull'ambita località francese (bellissima la basilica, eh), condita da qualche lieve e innocua battuta sul valore turistico del pellegrinaggio e sui miracoli, il film nell'ultima mezz'ora si concentra sulla tematica del “miracolo”, aumentando (finalmente) di ritmo e di battute, qualcuna certo azzeccata ma senza sfiorare minimamente la cattiveria. Un film tecnicamente poco bello, anzi direi brutto, per un tema affrontato con affettuosa ironia. Quello che da qualche critico con evidenti problemi di uso di sostanze proibite è stato definito il film più anti clericale degli ultimi anni, si tratta di un innocuo, palloso e in certi punti ridicolo buffetto sulla guancia. 4 (un punto in più perchè dura poco).
LIFE DURING WARTIME (La vita ai tempi di guerra - Todd Solondz – Usa - 96') Ripartendo dal bellissimo Happiness, Solondz torna a narrare, attraverso gli occhi di tre sorelle, le cui famiglie sono vittime di pesantissime calamità quali pedofilia, depressione e solitudine, un'america che esiste e di cui nessuno ne vuol parlare. Il racconto è basato su due tematiche, forgive and forget, perdonare e (o) dimenticare. Non entro nei particolari, ma memorabile la scena della cena di una coppia che si vuol formare cercando di farsi accettare (con una cena) dai propri figli: se si dimentica, non si perdona; se si perdona, spesso non si dimentica. Non mancano i momenti divertenti. E per una volta, i fantasmi (del passato) hanno una collocazione cinematografica del tutto adeguata. 8,5. BAD LIEUTENANT (Il Cattivo Tenente – Werner Herzog - Usa - 121') Più che un remake del film di Abel Ferrara, un film liberamente tratto. Herzog ci mette una buona dose di ironia e riesce a gestire lo strabordante Nicholas Cage, che alla fine risulta un grande punto di forza del film, che narra l'ascesa “professionale” di un poliziotto corrotto, sessuomane e cocainomane. Alla fine si assiste a un poliziesco elegante e grottesco, con toni di commedia nera e scene visionarie che ricordano il Gilliam di Las Vegas. Herzog si è divertito parecchio. Anch'io. 8. MY SON, MY SON, WHAT HAVE YE DONE (Figlio mio, cos'hai combinato – Werner Herzog - Usa - 90') Secondo film (a sorpresa) di Herzog in concorso, con David Lynch produttore esecutivo nei titoli di testa. In realtà credo si tratti di una vera e propria realizzazione a 4 mani, perchè quando vedi un nano che non c'entra nulla col film, e la mamma di Laura Palmer, capisci che il caro cineasta tedesco stavolta è in compagnia. Un figlio uccide la madre, seguendo una tragedia di Sofocle e la sua mente insana, e si barrica in casa con 2 ostaggi. La polizia (e gli autori) ricostruisce la vicenda attraverso il racconto della fidanzata e del regista teatrale. Confezione lussuosa: elegantissimo nella messa in scena, scenografia da capolavoro, dialoghi iniziali incalzanti (ottimo Willem Dafoe). Poi il film (o meglio la sceneggiatura) si perde, i flashback narrano tutti la stessa storia, finendo col ripetersi e annoiare. Le scene lynchiane, messe qua e là, non sembrano c'entrare molto. Resta un thriller psicologico interessante ma non del tutto riuscito. 6,5. YI NGOY (THE ACCIDENT) (L'incidente – Soi Cheang – Hong Kong - 89') Un'organizzazione criminale uccide persone provocando incidenti apparentemente casuali. In una missione un suo uomo perde la vita, il Cervello (nomignolo del capo banda) si convince che non è casuale, e cerca di scoprire il complotto. Bella sorpresa questo thriller, breve e teso come nella migliore tradizione di cineasti hongkonghesi (produce Johnnie To). La sceneggiatura, solidissima, riserva molti colpi di scena e la crudezza del film non è mai gratuita. Al lido non è stato apprezzato molto dai critici, ulteriore motivo di interesse da parte nostra. Speriamo che lo distribuiscano. 7,5. PERSECUTION (Persecuzione – Patrice Chereau – Francia - 100') Il protagonista ha il solito personaggio che lo segue ovunque, gli entra in casa, s'intrufola al lavoro. In più inizia ad avere problemi con la sua donna, che lega alla persecuzione del tizio sconosciuto. Tutto questo in 100 pallosissimi minuti di lui che si angoscia. Chereau (già autore del brutto Gabrielle, e personalmente cassato a vita) riesce a darci un'angoscia che ha un solo significato: perchè non esco di sala e mi vado a bere una birra? Perchè erano le 10 di mattina. Sono uscito lo stesso. 3. TETSUO THE BULLET MAN (Tetsuo l'uomo proiettile – Shinya Tsukamoto – Giappone- 79') Il mio Tsukamoto preferito è quello di A Snake Of June (soprattutto) e di Vital, non tanto dei due Tetsuo, che lo hanno giustamente rivelato al pubblico come talento visionario e maestro di immagine. Questo terzo capitolo ripete un po' stancamente (anche se brevemente) i primi 2, non aggiunge nulla, sembra più un regalo ai suoi fans. A caval donato non si guarda in bocca. Ma... 5,5. CAPITALISM: A LOVE STORY (Capitalismo: una storia d'amore – Michael Moore - Usa - 120') Dopo Roger & Me, Moore torna a parlare del capitalismo. Il suo pensiero è semplice: è un male e va estirpato. Oltre a trovarmi completamente d'accordo, Moore mette in scena come sempre idee brillanti (non vi anticipo nulla, se non che doppia Gesù e che “arresta” Wall Street) e ci trascina dentro il piacevole vortice delle sue idee. L'inizio è un po' lento e duro, visto che si parla degli espropri delle case degli americani, ma assolutamente propedeutico a una seconda parte entusiasmante. Da vedere, tutti, fate i bravi. 8. Notizie da film non visti: Il leone d'oro Levanon (Libano) ha messo quasi tutti d'accordo, mentre tra gli italiani non è piaciuto troppo Il grande sogno di Placido. Curiosa l'accoglienza a La doppia ora, di Capotondi: non particolamente amato dalla critica ufficiale, ma apprezzato dal pubblico accreditato, quindi immagino sia molto interessante. È piaciuta molto, un po' a tutti, la commedia Soul Kitchen, di Fatih Akin, e non è dispiaciuto l' A Single Man dello stilista Tom Ford. Venezia 66 - Fuori Concorso, Orizzonti e Controcampo EHKY YA SCHAHRAZAD SCHEHERAZADE, TELL ME A STORY (Sherazad, raccontami una storia - Yousry Nasrallah - Egitto - 135') Lido di Venezia, 2 settembre 2009. Ore 16.00. Fa caldissimo e io voglio andare al mare, visto che in sala l'unica offerta è un film egiziano sui diritti delle donne di 2 ore e un quarto. E invece mi faccio convincere alla tortura. Un grazie a chi mi ha convinto! Trama: fate finta che un giovane Feltri sia sposato con la Gabanelli. Un giornalista rampante e vicino al governo oscurantista deve avere una promozione, ma dall'alto gli fan capire che la moglie deve smettere di fare politica nella trasmissione che conduce in tv. Finirà di parlare di donne. Tre storie, di cui la centrale bellissima, che porranno al centro proprio i limiti dell'agire umano condizionato dall'attuale governo. Peggio che la politica. Delicato, pungente, estremamente coinvolgente in queste storie di donne, introdotte da una donna, anche lei storia. Come Sherazad, nelle Mille e Una Notte. Qualche taglio e, quindi, un montaggio più attento, e avremmo avuto un capolavoro. 7,5. REC2 (Jaume Balaguerò, Paco Plaza – Spagna – 85') Rec al quadrato (e non Rec 2, e ha un suo senso) inizia nello stesso palazzo dov'era ambientato il predecessore (ma si segue anche senza averlo visto), con la differenza che gli occhi, le telecamere che premono il tasto REC, sono 2. Per gli appassionati di horror, come si suol dire, un must: la trama è a dir poco bollita, ma gli stratagemmi registici lo rendono maledettamente intrigante, sussultante e, roba da non credere, elegante. Rec regge bene fino in fondo, ed è ancora meglio del primo. Questo Paco Plaza dev'essere un grande, perchè Balaguerò da quando gira con lui si è trasformato da pippa a fenomeno (dell'horror). 7,5. VALHALLA RISING (Nicolas Winding Refn – Danimarca - 90') Vichinghi alla conquista della terra santa, partono ma sbagliano posto. Ma non fa ridere. Bella la figura del protagonista, un assassino guercio senza parola e senza pietà, che si affeziona a un ragazzino che lo segue ammirato. Per il resto molta violenza, molta nebbia e molta noia. 5. BARKING WATER (Sterlin Harjo – Usa - 81') Un nativo indiano, a cui restano pochi giorni di vita, vuole rivedere tutta la famigliola, che però abita lontanissimo. La sua ex donna lo accompagna per il suo ultimo viaggio. Solo 2 cose rese bene da questo film: la sincerità della scrittura e il senso dell'agonia, che coinvolge pienamente lo spettatore: probabilmente gli 81 minuti più lunghi della mia vita. 4. DIECI INVERNI (Valerio Mieli – Italia - 99') Una storia d'amore e amicizia raccontata nello spazio di dieci inverni, dal 1999 al 2009 (sarebbero undici ma un inverno lo salta). A metà tra Harry ti presento Sally e l'immeritatamente dimenticato Un amore (recuperate, gente, recuperate), un film che ha il suo enorme punto di forza nei suoi emergenti interpreti: Isabella Regonese (la ragazza del call center di Virzì, recuperare, grazie) e Michele Riondino (che già teneva il passo di Elio Germano ne Il passato è una terra straniera). Il film è discontinuo presenta alcuni episodi azzeccati e coinvolgenti, alternati a inverni prevedibili. Il ritmo e la scarsa presenza di banalità conducono a un finale che avrei voluto diverso, più fedele e coerente con quanto visto e vissuto per un'ora e mezza. Ne riparliamo quando lo avrete visto. 6,5. PEPPERMINTA (Pipilotti Rist – Svizzera - 80') Il paese di provenienza doveva già costituire un avvertimento, mentre la presentazione del film nel pressbook, un trionfo di colori, ne attirava la visione. Dovrebbe esserci una trama, io non l'ho vista: c'è questa pazza chiamata Pepperminta che ogni 2' fa cose che vanno dall'idiota all'incredibile (ve lo dico, tanto qui non esce: si beve e fa bere il suo mestruo). I primi minuti li si guarda con simpatia, dopo un quarto d'ora ti viene voglia di entrare in cabina di proiezione e fare come Fantozzi con la Corazzata. 2. DOWAHA (BURIED SECRETS) (Segreti bruciati – Raja Amari – Tunisia - 91') In una casa apparentemente abbandonata vivono 2 donne con la loro madre nell'alloggio per domestici. Un giorno viene a insediarsi una giovane coppia (lui è il padrone di casa), e le 3 cercano di nascondersi. Inizierà una strana convivenza, con la figlia minore morbosamente attratta dal “nuovo mondo”. Dowaha è un thriller psicologico, una specie di The Others non metafisico, con un tocco di Soldato Jonathan di Don Siegel (recuperare entrambi, per chi non ha visto). Scritto in maniera impeccabile, avvincente, angosciante, claustrofobico ed estremo, il film rivelazione del festival questa volta viene dalla Tunisia e da una giovane e coraggiosa regista, supportata da un'autentica stella del nuovo secolo: l'incantevole e incredibile Hafsia Herzi, affermatasi in Cous Cous e... nulla, questa se non inizia/esagera a drogarsi, bere, e compagnia bella diventa la più grande attrice del nuovo millennio. 8+ THE INFORMANT! (L'iinformatore – Steven Soderbergh – Usa - 110') Dopo l'epico movie (4 ore) su Che Guevara, Soderbergh si diverte a girare col taglio di una commedia nera, la storia di una delle più grosse truffe degli anni '90: un rampante manager, convinto di far carriera all'interno della sua azienda, ne denuncia le scorrettezze all'FBI di cui diventa anche informatore. Seguono una serie di colpi di scena. Il regista tiene in secondo piano il messaggio, l'etica e l'analisi della vicenda, per concentrarsi sul divertimento. Vuole divertirsi e vuole divertire. Sul primo scopo direi che non si hanno dubbi, sul secondo qualcosina da ridire ci sarebbe, vista la sceneggiatura piuttosto confusa. Bene la messa in scena, le musiche e Matt Damon. 6. Sezioni Collaterali – Giornate degli Autori e Settimana della Critica VIDEOCRACY (Erik Gandini – Svezia - 86') Documentario sulla televisione italiana, sui suoi effetti sul popolo e di conseguenza sulla politica. Baricentro della narrazione, ovviamente, il Presidente. Presentato come evento speciale della mostra, esce nei cinema senza alcun battage pubblicitario, visto che le sei televisioni principali italiane hanno rifiutato di trasmettere il trailer. Il documentario si focalizza su 3 personaggi principali, 2 dei quali a noi molto noti: il noto agente televisivo Lele Mora, amico e vicino di casa in Costa Smeralda del Presidente, che riceve gli ospiti nella sua “casa bianca” e mostra orgoglioso il video al cellulare di Faccetta Nera, con svastiche, croci celtiche e aquile; un giovane che si allena nella lotta libera e a cantare e ballare Ricky Martin, perchè vuole la notorietà e la televisione, non avendo intenzione “di fare l'operaio tutta la vita”; il paparazzo Fabrizio Corona, nichilista ricattatore delle star, un “Robin Hood deviato, che ruba ai ricchi per dare a me”, un derivato, una scheggia a volte impazzita di ciò che è la tv del Presidente. Asciutto e cinico, il documentario offre quindi uno spaccato impeccabile del degrado del nostro paese. Ma c'è un limite, fortissimo: lo vedrà chi già sa e già concorda, mentre il target di questi messaggi, i ragazzi come l'aspirante ballerino non lo vedranno mai. 7,5. METROPIA (Tarik Saleh – Svezia - 86') Cartone animato con le voci di Vincent Gallo e Juliette Lewis. In un futuro non lontano, per colpa della crisi energetica, la multinazionale ha “comprato” l'Europa, creando una grande metropolitana che la unisce tutta (magari!). Ma ha il potere di controllare le menti degli uomini. Il protagonista, che inizia a sentire voci interiori, è anche attratto dalla consueta femme fatale, che decide di seguire un giorno in metro. Metropia è affascinate, curioso nell'animazione, intelligente e ha un bel messaggio. Ma anche un gran difetto: è pallosissimo. Si arriva alla fine della neanche ora e mezza completamente sfiniti e probabilmente avendo intuito gran parte del finale. I cartoni futuristici li lascerei ancora in mano ai giapponesi. 6. CELDA 211 (Cella 211 – Daniel Monzòn – Spagna - 111') Un secondino al suo primo giorno di lavoro si ritrova chiuso in una cella durante una gigantesca rivolta nel settore di massima sicurezza. Farà, o almeno proverà a fare, di necessità virtù. Action Thriller carcerario, di notevole impatto e ancor più notevole violenza, il film di Monzon è un continuo crescendo di tensione ed emozioni. Duro fin dall'incipit, il film nella parte conclusiva si fa prendere leggermente dal vortice di violenza che crea, offrendo situazioni al limite dell'estremo. Il nodo narrativo (che lo rende un Thriller) incolla lo spettatore alla sedia per tutte e 2 (quasi) ore di scena. 7,5. LA HORDE (L'orda – Yannick Dahan – Francia - 97') Poliziotti corrotti che cercano di vendicare un amico e fare una brutta sorpresa a una banda di delinquenti che si nasconde all'ultimo piano di un palazzo. Ma la sorpresa, a tutti, la fanno gli abitanti del palazzo che si sono misteriosamente tramutati in zombie e, ovviamente, li attaccano. Per strappare la sufficienza, un horror sul tema più abusato del mondo, dev'essere girato bene, far ridere, far sobbalzare e durare poco. Questo, bene o male, ci riesce. 6,5. GORDOS (Obesi – Daniel Sanchez-Arevalo – Spagna - 120') Le storie, mixate tra il comico e il drammatico, di 5 persone che vanno a una terapia di gruppo per obesi, e del loro terapista. Cosa li ha condotti all'obesita? E' la natura dei loro problemi o ne è la conseguenza? Gordos è una commedia, parla di persone con problemi e lo fa con due registri che meglio non potrebbero fondersi: il comico, con situazioni paradossali, gag, battute davvero divertenti; il drammatico, con un'analisi acuta dei problemi di queste persone. Il peso non è il solo tema, c'è la famiglia, la maternità, l'omosessualità, la solitudine. Il ritmo non manca, anche se i minuti sono un po' troppi e a volte qualcosina non va, ma col voto voglio stare un po' “gordo”. 7,5. Francesco Della Torre
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